MODELLISTICA:
Prevenzione
Il concetto di prevenzione è ampiamente diffuso tra chi
opera nel sociale, e diffusa è anche la pratica del lavoro
preventivo. L’elemento guida di tutte le azioni che utilizzano
tale modalità operativa è il bisogno di
cambiamento.
L’analisi dei bisogni dei contesti sociali, che richiedono
l’implementazione di interventi preventivi, consente di
definire quali cambiamenti sono auspicabili.
I cambiamenti possono essere:
congruenti,
tesi cioè a rafforzare, a potenziare ed a consolidare la
realtà esistente per renderla ancora più capace
di rispondere in modo efficace al disagio emergente;
incongruenti,
volti cioè a contrastare, modificare, ribaltare una situazione
di partenza già in parte “compromessa”.
Ma in cosa consiste un intervento preventivo?
L’attività di prevenzione viene generalmente considerata
come la messa in campo di azioni protettive e/o dissuasive nei
confronti di accadimenti che si vogliono evitare e di cui è
stato previsto il verificarsi attraverso il rilevamento di indicatori
specifici (comportamenti a rischio, fattori devianti). E’
importante sottolineare che tale definizione, di derivazione “sanitaria”,
può essere accolta solo parzialmente nella progettazione
e relativa implementazione di interventi sociali.
Infatti, la complessità delle variabili in gioco in ambito
sociale, la difficoltà di definire in modo univoco i fattori
di rischio che possono condurre ad una determinata forma di disadattamento
e/o devianza, e l’imprevedibilità delle risposte
soggettive, sia dei singoli individui che dei rispettivi gruppi
di appartenenza, non consentono di prevedere (in modo deterministico)
l’accadere dei fenomeni e la conseguente ideazione di un
modello univoco di intervento.
Pertanto gli interventi sono attualmente impostati prevalentemente
in un’ottica promozionale più che preventiva, operano
cioè in contesti di “normalità” più
che su patologie conclamate, e sulle generalità della popolazione
piuttosto che su singoli individui problematici. Si è in
sostanza passati da un’ottica riparativa ad una che si prefigge
la promozione del benessere, sia esso individuale o collettivo.
Per cui, oggi, seppure si continua ad utilizzare il termine di
prevenzione, sarebbe più opportuno utilizzare quello di
“promozione”.
Queste considerazioni danno la misura della difficoltà
di individuare un modello di riferimento (standard), minimo comune
denominatore degli interventi di prevenzione/promozione. La complessità
dell’azione preventiva, che si trova a fare fronte a fenomenologie
sociali diversificate in cui interagiscono più fattori
(sociale, culturale, formativo, educativo, professionale, etc.)
e più contesti di intervento (la famiglia, la scuola, l’ambiente
di lavoro, il gruppo sociale di appartenenza, etc.), ha portato
da sempre a costruire modelli ad hoc, tarati sulle singole realtà
di intervento. Tuttavia, la pratica condivisa di molti organismi
che operano nel sociale e l’esperienza da essi maturata
consentono di individuare una serie di azioni tipo
da porre in essere nel lavoro preventivo, frutto di rilevazioni
e di scambi di buone prassi tra gli “attori” della
prevenzione.
Fonte: L. Rigogliosi, La prevenzione del disagio
giovanile, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1994.